Prima del Franco Sardo almeno la Zona Franca

La discussione sulla Zona Franca in Sardegna sarà probabilmente vista dagli storici come l’ultimo anello di una catena infinita di esempi dell’incapacità di un popolo a riconoscersi tale e quindi, prima di ogni divisione ideologica ormai anacronistica, a “combattere” per i propri interessi e soprattutto per quelli dei propri figli e nipoti.


Dopo l’allarme lanciato, in primis, dalla Dottoressa Randaccio sulla possibile perdita nel giugno 2013 di un diritto acquisito dalla regione sarda, addirittura subito dopo la seconda guerra mondiale, ma mai concretamente attivato, si è aperto un dibattito interpartitico che ha dei riflessi assurdi, mischiando “pro e contra”, senza riflettere sull’aspetto centrale del problema.

Inoltre, se ce ne fosse ancora bisogno, la non attivazione di un diritto palesemente vantaggioso per chi lo applica (vedi le isole Canarie e quelle della Manica, solo per rimanere in Europa) testimonia l’incompetenza politica della classe dirigente regionale degli ultimi sessant’anni. E purtroppo, almeno da parte della nomenklatura partitica, miglioramenti non sono in vista .


La prima assurdità è che si discuta, in maniera ragionieristica, sulle basi giuridiche di quale zona franca alla fine si possa istituire. Perdersi tra zone franche commerciali, punti o porti franchi, depositi franchi o zone franche di seconda generazione, zone franche speciali o quelle d’impresa è solo demenziale. La zona franca deve essere per tutta la Sardegna (quindi integrale). Questa isola ha già visto tanti, troppi compromessi marci in partenza.


La seconda assurdità è mettere in dubbio la possibilità di una zona franca integrale sarda solo perché la Sardegna è un’isola di grandi dimensioni. Proprio una superficie cosi grande, in rapporto ad una popolazione di numeri esigui (68 abitanti per km2), determina ancor più evidentemente uno svantaggio per lo sviluppo economico e sociale. Inoltre è logico vedere l’Irlanda con le sue agevolazioni fiscali accettate dall’Unione Europea come zona franca. E proprio gli irlandesi hanno argomentato di essere un’isola grande con poca popolazione (67 abitanti per km2), con una povertà che viene da lontano e un popolo che deve emigrare per sopravvivere. Una descrizione che forse ci ricorda qualcuno, quando guardiamo allo specchio.


La terza assurdità è sostenere che il bilancio regionale risentirebbe della mancanza degli introiti delle tasse sui consumi (IVA) e quindi i costi della sanità, delle scuole e dei trasporti non sarebbero più sostenibili. Dopo anni di assistenzialismo quantomeno virtuale (i dati dicono noi essere creditori e non debitori nei confronti dello stato centrale) pare che la mentalità dello schiavo che baratta la sua libertà per la ciotola di pane duro, sia ormai entrata nel DNA degli isolani. Dopo anni che si combatte contro lo stato centrale per riavere il maltolto sul reddito Irpef e sull’IVA (per una somma di quasi 10 miliardi di Euro), crediamo ancora veramente che sia meglio farsi gestire da Roma che autogestirsi?


Ed è proprio pensando ai torti passati, al nostro statuto di regione autonoma, soprattutto autonoma nella gestione dei problemi ma mai nella gestione dei propri mezzi, che auspico che tutte le forze politiche della Sardegna e di conseguenza anche quella alla cui appartengo, il Movimento 5 Stelle, non esitino un secondo a fare della “Zona Franca” un progetto da realizzare al più presto senza distinzione di appartenenza politica ed interessi elettorali dei singoli.


E se poi si scoprisse che per qualche cavillo legale tale diritto acquisito non venisse riconosciuto, non sarebbe comunque meno nobile aver combattuto per la giusta causa. Si realizzerebbe almeno una maggiore unione tra i cittadini sardi per iniziare poi la lotta per una vera autonomia fiscale in Sardegna come sarebbe dovuto essere ormai da 60 anni. L’M5S dovrebbe esserne il primo promotore, poichè non è un partito, non è di destra, non è di sinistra, ma sicuramente è sardo.

 

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