La precarietà del datore di lavoro

In questi giorni in Italia si discute molto della frase del Presidente del consiglio Monti circa la “monotonia” del posto fisso. Tralasciando il commento personale, che per una carica dello stato dovrebbe essere sempre un optional non richiesto, è importante la constatazione: “I giovani devono abituarsi a non avere un posto fisso nella vita”. Chiunque abbia lavorato all’estero, ancora più se fuori dall’Europa, non può che sorridere della “tempesta in un bicchiere d’acqua” provocata. Non solo la discussione è, nel suo dualismo tipicamente italiano tra “padrone e operario” completamente anacronistica, ma la reazione, anche dei giovani, rende palese un negativismo preoccupante nei confronti della propria qualificazione e delle proprie possibilità nel contesto occupazionale italiano. Naturalmente on è colpa dei giovani, ma dei politici che negli ultimi venti anni non hanno capito in quale direzione andasse, e va attualmente, il mondo dell’economia e quindi quello del lavoro.

 

Usando il metodo della “best practice”, si vede quali sono i primi della classe nel mondo del lavoro nei paesi OCSE (vds. www.oecd.org) e come è organizzato il loro sistema. I “campioni del mondo” del lavoro sono gli svizzeri con un tasso di disoccupazione totale del 3.3% (Italia 8.6%) e quella giovanile del 4.3% (Italia oltre il 30%). In questa classifica seguono Sud Corea, Austria, Lussemburgo, Norvegia e Giappone (tutti tra il 4-5%). Si ritiene comunque essere l’indice di occupazione quello veramente importante e di cui in Italia nessuno vuole parlare. Incredibile ma vero: Il 79% degli svizzeri è “occupato”, mentre degli italiani solo per il 57%. Nella lista di tutti i paesi OCSE l’Italia sta meglio solo degli ungheresi (55%) e turchi (47%) e peggio dei greci (60%)! È rilevante inoltre che il 30% degli svizzeri tra i 25 e i 64 anni ha un titolo universitario (dopo i giapponesi con 40%) e più o meno come gli stati nordeuropei, la percentuale in Italia si ferma ad un imbarazzante 12.9%, meglio solo della Turchia con 10.4%.

Aspetto peculiare in Svizzera però è la conoscenza delle lingue. Dopo i lussemburghesi (popolo che nasce “bilingue”), che sanno in media tre lingue (francese, tedesco, inglese) e gli olandesi, ci sono gli svizzeri con 2 lingue straniere (per tutta la popolazione in età lavorativa). Il 59% degli italiani parla solo la lingua madre, ponendosi quindi agli ultimi posti della classifica con i soliti noti Spagna e Portogallo. Se si considerano solo gli studenti svizzeri, molti conoscono oltre il tedesco, inglese ed il francese tramite corsi aggiuntivi anche lo spagnolo (con occhio ai mercati emergenti sudamericani) o l’italiano (sempre però meno scelto), riuscendo così a essere competitivi sul mercato globale del lavoro.

 

Infatti, gli svizzeri che risiedono all’estero anche per lavoro corrispondono a quasi il 10% della popolazione, gli italiani raggiungono poco più del 5%.

Anche negli studi PISA (Program for International Student Assessment) della stessa OCSE l’Italia combatte per la maglia nera con Portogallo, Turchia e Grecia sia in matematica, sia in scienze. Materie queste che in molti Licei svizzeri sono invece oggi insegnate, solo in lingua inglese, per preparare gli studenti al presente, poiché tutte le pubblicazioni scientifiche sono in lingua inglese.


E il posto fisso? In Svizzera non esiste. Ogni contratto è definito nei termini di licenziamento minimi previsti dal C.C.: Nei tre mesi di prova il licenziamento è possibile ogni fine settimana. Nel primo anno con un mese di preavviso. Nei primi dieci anni con un preavviso di due mesi. Dopo i dieci anni, con un preavviso di tre mesi. Il tutto senza che il datore di lavoro debba dare spiegazioni sul perché del licenziamento. Se un lavoratore si ammala (con conferma di un medico di fiducia indicato dal datore di lavoro) i termini slittano per il tutto il periodo della malattia.

 

E i sindacati? In pratica non esistono perché inutili. Le imprese svizzere gareggiano per avere i lavoratori migliori pagando di più e proponendo contratti più vantaggiosi di quelli previsti dalla legge. Spesso sono i lavoratori a non volere ulteriori garanzie, poiché la loro flessibilità è un valore aggiunto in caso di una nuova offerta. Così è il datore di lavoro che diventa “precario”!

Allora cosa fare? In tutta l’Europa del nord e soprattutto in Germania nei prossimi anni si parla di un fabbisogno di vari milioni di personale altamente qualificato. E già oggi in Brasile mancano gli esperti che supportino il boom economico (si parla di dieci milioni di persone con titolo accademico). Canada e Australia aprono le braccia a tutti gli specialisti. E addirittura alcuni paesi africani (Angola, Sudafrica) hanno bisogno di esperti.


La ricetta è dunque: studiare le lingue e specializzarsi. Perché se il capitale è globale, lo è anche il lavoro.

 

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