Agricoltura in Sardegna: L'esempio viene dalla Svizzera

Dopo aver scritto di Energia e Trasporti, ora è la volta dell’Agricoltura, che teoricamente, dovrebbe essere un “fattore fondamentale dell’economia” di un Paese. Purtroppo i politici italiani, ma anche quelli dell’unione europea sembrano, fino ad oggi, non considerarla tale. I problemi che affliggono gli agricoltori e i pastori sardi sono ormai, da anni alla luce del sole: I prezzi della produzione locale sono sempre più alti, mentre i prezzi alla vendita stagnano o addirittura calano. Se un litro di latte di pecora nel 1995, rendeva al produttore 70 centesimi, oggi rende anche meno: colpa della globalizzazione e di un “pecorino” che ormai è diventato una “commodity”, un prodotto standard per miscele di formaggio grattugiato. Perde così ogni particolare caratteristica che possa legittimarne un prezzo più alto, rispecchiando la vera qualità del prodotto base. 

 

Nel settore della produzione ortofrutticola, la situazione non è migliore. Si esportano carciofi (soprattutto), olio e vino. Altri prodotti non hanno massa critica e sono quindi solo marginali. Certamente le colpe sono anche fatte in casa: Mancanza di marketing qualificato e centralizzato, poca sperimentazione di nuovi prodotti, mancanza di ricerca di mercati nuovi (per esempio Asia), dove dominano i neozelandesi, maggiori esportatori di latte al mondo.


La globalizzazione è comunque dannosa per gli agricoltori sardi: Gli altri produttori vendono sui mercati isolani approfittando di una produzione a basso costo (in pianura, altamente meccanizzata e con più “chimica” oppure nei paesi del Nord Africa con operatori in semischiavitù) mentre la produzione locale (prevalentemente in collina, poco meccanizzata e più “biologica”) è automaticamente più costosa, qualche volta sul mercato regionale, sempre su quello globale. I pomodori sardi, sul banco della verdura in Europa costano quasi il doppio di quelli che arrivano dalle serre marocchine. Le differenze qualitative, purtroppo, non sono sempre chiare al consumatore.


Tutto questo perché nella Comunità Europea non si riesce a capire che l’agricoltura (includendo sempre la pastorizia e l’allevamento di bestiame) vuol dire cibo e quindi salute e vita. Trattare la vita come se fosse un prodotto (un’automobile) non è certo un traguardo culturale di cui andare fieri.


Mentre una famiglia europea nel 1950 spendeva tra il 40% e il 50% dei propri guadagni per mangiare, oggi spende tra il 14% (Germania) e il 20% (Italia). Le differenze, in spesa assoluta, non sono rilevanti. Le percentuali divergono perché il reddito pro capite, nei vari Stati, differisce. Si spende di più per la casa ed è comprensibile, ma per i trasporti (manutenzione auto, assicurazione, bollo e benzina) lo è meno.

 

È assurdo che il mestiere più nobile, quello dell’agricoltore, che ci “tiene in vita”, non ha prospettive di guadagno mentre “l`ultimo” degli speculatori, nelle stanze dell’investment banking della City a Londra, guadagna milioni di Euro solo in “boni”, senza rischiare nulla di proprio, non creando nulla, anzi, molte volte distruggendo la vita di chi invece lavora ancora onestamente con le proprie mani, per fargli mangiare i tramezzini all’ “happy hour” serale.

Cerchiamo di imparare dagli Svizzeri, che, palesemente meglio di noi hanno imparato dalla storia (vedi anche www.agricoltura.ch). Dopo aver aperto all’inizio del secolo XX, il mercato nazionale all’importazione di prodotti agricoli (specialmente cereali), gli svizzeri, poichè dipendenti dalla stessa durante la prima guerra mondiale, hanno patito la fame. Imparata la lezione, nel 1938 con il “piano Wahlen”, hanno obbligato i proprietari ad arare ogni campo coltivabile per assicurare “l’autarchia alimentare”. Nonostante la chiusura delle frontiere, durante la seconda guerra mondiale, nessun svizzero ha patito la fame.


Nel 1951 il principio dell’approvvigionamento del Paese tramite la produzione agricola diventò legge costituzionale. Incentivando la produzione rimunerandola a prezzi garantiti dallo stato, molto elevati, i contadini arrivarono a far ascoltare Mozart alle mucche per produrre più latte possibile. Questa sovrapproduzione (un mucca svizzera rende oggi 25 Kg di latte al giorno fino ad arrivare a 35kg dopo il terzo vitello) ha causato, oltre a sovvenzioni sempre più costose, anche problemi ecologici notevoli. Nel 1996 la popolazione svizzera ha votato, per un cambiamento radicale, mantenendo la funzione autarchica dell’agricoltura, ma cambiando la professione del contadino in quella di un “agente ecologico” pagandolo direttamente per il suo lavoro (anche con criteri qualitativi).


L’articolo 104 della costituzione svizzera oggi: “La Confederazione provvede affinché l’agricoltura, tramite una produzione ecologicamente sostenibile e orientata verso il mercato, contribuisca efficacemente a: 1) garantire l’approvvigionamento della popolazione 2) salvaguardare le basi vitali naturali e il paesaggio rurale 3) garantire un’occupazione decentrata del territorio”

 

E per arrivare a questi traguardi tra l’altro: “1) completa il reddito contadino con pagamenti diretti al fine di remunerare in modo equo le prestazioni fornite, a condizione che sia fornita la prova che, le esigenze ecologiche sono rispettate 2) promuove mediante incentivi economicamente redditizi le forme di produzione particolarmente in sintonia con la natura e rispettose dell’ambiente e degli animali 3) emana prescrizioni concernenti la dichiarazione relativa alla provenienza, la qualità, i metodi di produzione e i procedimenti di trasformazione delle derrate alimentari 4) protegge l’ambiente dai danni dovuti all’utilizzazione eccessiva di fertilizzanti, prodotti chimici e altre sostanze ausiliarie. Etc. Il tutto “A complemento delle misure di solidarietà che si possono ragionevolmente esigere dal settore agricolo e derogando se necessario al principio della libertà economica”. (per i politici regionali e nazionali il testo è già redatto in italiano, vedi http://www.admin.ch/ch/i/rs/101/a104.html). Basta copiare.

 

Gli svizzeri si fanno costare questo loro “lusso” 2.5 miliardi all’anno. Ma sono soldi ben spesi, ripopolano le zone di montagna, garantiscono un’alimentazione sana e biologica (risparmiando a lungo termine nella sanità), incentivano anche un vero “agriturismo” (non ristoranti, ma ferie dai contadini per fare i contadini e quindi riscoprire che “il cibo non viene dal supermercato” , imparando così ad onorare meglio il lavoro di chi ci “sfama”) e l’eco-cultura (seminari per le scuole per i bambini cittadini “che credono che le mucche sono viola e si chiamano milka”) e riaffermando l’importanza della coesione sociale.

 

Norme legislative che vanno in questa direzione (pagamenti diretti, rivoluzione ecologica con filiera corta, biodiversità etc.) sono in discussione anche a Bruxelles. Ovviamente hanno scarse probabilità di essere applicate, dato che anche in Italia ci sono forti “lobbies” che rappresentano i poteri economici delle grandi aree di agricoltura intensiva e monoculturale (Pianura padana) alle quali poco importa che i contadini e i pastori sardi sono ecologicamente più svizzeri degli svizzeri e che quindi avrebbero pienamente diritto a un pagamento diretto e adeguato. Togliendo la metà delle sovvenzioni per incentivare un’agricoltura europea oggi votata solamente alla sovrapproduzione e quindi a prodotti qualitativamente sempre più mediocri, si agirebbe a favore di aree “di bassa intensità produttiva, ma orientata a produzione di qualità e a basso impatto ecologico (la fotografia della Sardegna!).

 

I problemi sardi sarebbero storia, ma gli interessi isolani ancora una volta non collimano per niente con quelli “continentali”, o anche solo italiani. Sarebbe quindi ora di diventare una vera “isola”, lontana e indipendente come la Svizzera, dove un allevatore di pecore prende 2.3 Euro al litro!

 

Chissà, forse perché il latte di pecora è più pregiato di quello di mucca e i consumatori lo sanno, visto che le mamme con esso curano la neurodermite dei loro bambini allergici. O forse perché alle pecore non piace Mozart?

 

 

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