Sardegna: Paradiso di energia pulita “in spe”

Per l’economia industrializzata l’energia elettrica è come il cibo per l’uomo, non basta per vivere ma senza si muore. Per ogni piano industriale degno di questo nome la soluzione del fabbisogno energetico è la chiave principale del successo. In Sardegna purtroppo – come per quasi tutti i “fattori fondamentali dell’economia” quali trasporti, agricoltura, digitalizzazione informatica, formazione professionale – anche per l’energia non sembra esistere un progetto “sardo”, ma ci si è “venduti” a multinazionali chimiche e petrolifere che per decenni hanno solamente usato l’isola per prendere sovvenzioni, per pagare salari sotto la media approfittando della dipendenza creatasi sul mercato del lavoro e per limitare i costi di riciclo e così inquinando dato i controlli “volutamente” mancanti. Il tutto senza dare vantaggi alcuni allo sviluppo di un’economia tecnologicamente moderna: Anzi, i costi dell’energia in Sardegna sono maggiori che in continente. La creazione delle infrastrutture base non si può mai delegare a privati, ma è la prerogativa dello stato (come in Germania), in pratica l’essenza della politica stessa. 

È ora quindi di dare una svolta radicale al settore energetico. E le due parole chiavi sono autarchia e diversificazione (geografica e materiale).


Si deve quindi partire dal fabbisogno interno sardo, definendo un prezzo dell’energia elettrica che sia molto attraente per la locazione industriale non inquinante (fondamentalmente tutte le industrie che assemblano con catene robotizzate) portando sull’isola ma anche richiedendo ingegneri e operai specializzati pagando le tasse sul nostro territorio. Da questo fabbisogno si declinano quantità e natura delle centrali da costruire.

Il target economico dovrebbe essere in simbiosi con un target ecologico: Sardegna l’isola a zero Co2. Un messaggio che anche turisticamente rilancerebbe l’isola in Europa come modello non solo economico/turistico, ma anche di progetto di vita alternativa, basandosi su una forma di sintesi fra tradizionalismo dei valori (tra cui la rivalutazione della terra e della manualità) e modernismo tecnologico.


L’energia basata sul fotovoltaico e l’eolico dovrebbe essere la spina dorsale del nuovo sistema produttivo di energia elettrica: Il fotovoltaico con pannelli solari su tutti i tetti adeguati e il fotovoltaico termico in zone interne adatte e poco “turistiche”, così come centrali eoliche nell’entroterra (di piccole dimensioni) ma anche sul mare (di grandi dimensioni come i parchi eolici nel Nord della Germania). Logico che il solare termico per il riscaldamento di acqua calda dovrebbe essere obbligatorio o talmente agevolato da essere ovvio per ogni casa (anche in forme centralizzate e così ancora più convenienti).


Con adeguata pianificazione si possono coltivare foreste per la produzione di legna per riscaldamento (pellets ma anche legna per termo camini) o creare un riciclo di materiali rigenerativi per alimentare centrali termoelettriche di piccole dimensioni (come in Svezia e Finlandia) che possono sia creare energia elettrica sia dare acqua calda o vapore a industrie adiacenti o tramite tubazioni a interi paesi. In alcune zone dell’isola ci potrebbero anche essere locazioni per centrali geotermiche.


Le centrali termoelettriche e quelle idroelettriche con laghi artificiali bilancerebbero i deficit di energia elettrica nelle ore senza sole e senza vento, potendo fornire elettricità quando questa serve. Questo metodo è usato per esempio in Svizzera in senso inverso, la notte gli svizzeri comprano elettricità a bassissimo prezzo dalle centrali atomiche francesi, che non possono spegnere il reattore solo perché di notte si consuma di meno e quindi “regalano” la produzione notturna. Con questa in Svizzera si pompa l’acqua da un lago a valle verso un lago a monte. Di giorno quando c’è bisogno di molta elettricità, gli Svizzeri fanno ricadere l’acqua da monte a valle producendo normale energia idroelettrica e la vendono a caro prezzo (anche alla Francia!). 

 

impianti di pompaggio
impianti di pompaggio

In Sardegna potremmo far meglio: di giorno usare l’energia solare per pompare l`acqua al lago superiore, di notte usare queste “riserve” energetiche per produrre l’energia elettrica mancante. Inutile dire che la topologia della Sardegna si presta benissimo per questo tipo di centrale. Il tutto senza una goccia di petrolio o un atomo di uranio!

Per i trasporti l’isola è predestinata per la creazione di una rete di ricambio di batterie per auto elettriche (progetti simili sono già stati testati con successo in Israele) eliminando il problema dell’autonomia di quest’ultime che comunque in Sardegna basterebbe già oggi quasi sempre almeno per la seconda macchina.


Per le auto dei turisti, per gli aerei e per i traghetti (che dovrebbero essere solo sardi e con sistemi moderni per diminuire i costi usando il vento) si può predisporre la produzione di diesel sintetico. Si può produrre questo tipo di diesel riciclando i rifiuti con centrali di depolimerizzazione a bassa temperatura (per evitare le diossine dei termovalorizzatori ora di moda) di cui esistono modelli poco costosi molto adeguati per comunità piccole e decentralizzate.


In alternativa si possono raffinare oli vegetali non commestibili come quello ricavato pressando la colza, il ricino, il tabacco energetico, la brassica carinata, il cardo, evitando nella maniera più rigorosa coltivazioni monoculturali e soprattutto usando solo terreni semiaridi per evitare che quelli fertili siano sottratti alla produzione di piante commestibili. Il pane non si deve mai mettere nel serbatoio, se non per ragioni economiche di sicuro per una questione morale.


Le raffinerie in questione sono completamente non inquinanti e centrali tecnologiche modulari e addirittura mobili (alcuni produttori le vendono dimensionate a container da 20 o 40 piedi) e possono quindi “muoversi” secondo le necessità. Ovviamente si dovrebbe anche studiare quali siano i vantaggi per la produzione di diesel sintetico basandosi sulle microalghe, che però sono - a mio avviso - più indicate, dove si vuole abbinare la loro coltivazione con lo smaltimento di Co2 di cui le alghe si nutrono, mentre la Sardegna di Co2 ne potrebbe fare totalmente a meno.

Tutto questo non è utopia, tutte le soluzioni sopra citate sono tecnologie certo di avanguardia ma già in uso in Europa e marginalmente anche in Italia. Ovviamente per un piano di cambiamento talmente radicale la Sardegna dovrebbe essere indipendente, quantomeno a livello legislativo e fiscale. E dettare ad esempio le condizioni: Se una ditta vuole vendere le tecnologie sopra descritte in Sardegna deve quantomeno assemblare in Sardegna. Così fanno anche i cinesi. Non siamo più stupidi di loro.

 

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