Di

11

Jun

2013

È Beppe Grillo il problema del Movimento 5 Stelle?

A un’intervista della senatrice M5S Gambaro che ha detto che il linguaggio violento di alcuni articoli di Grillo sul suo blog (riportati ed ingigantiti da un stampa che ha chiaramente mandanti politici) non facilitano il lavoro dei parlamentari e dei senatori ed è anche colpevole del “flop” elettorale del Movimento stesso, Beppe Grillo risponde domandando ai lettori del blog quanto riferito nel titolo.


Paradossalmente diventa trasparente la forza e la debolezza del fondatore del M5S, il sentimento di delusione nei confronti di chi (da un suo punto di vista) gli dovrebbe personalmente gratitudine, ma dall’altro canto la dimostrazione della passione di chi del Movimento ne ha fatto una ragione di vita.


Beppe Grillo ha creato con il Movimento un’opera grandiosa, incanalando la protesta popolare in modo pacifico al grido di solidarietà, onestà e comunità, ma allo stesso tempo ha dimenticato di organizzarla per il periodo che viene fatidicamente dopo le nozze.


E chiedere a una rete di anonimi retoricamente, se lui stesso sia divenuto il problema denota una permalosità che in politica non è da considerarsi pregio. Sarebbe invece stato molto più saggio, avendo formato un’intranet di soli attivisti, iscritti al M5S, chiedere, in quel contesto, consigli per migliorarsi. Altrimenti, come succede al momento, ogni diatriba all’interno del Movimento diventa una notizia da prima pagina dei giornali nazionali, incuriosendo all’inizio, ma stufando ben presto gli elettori, quelli di oggi e quelli di domani.


Ormai il Movimento è diventato più grande di suo “padre” Grillo, ma non per questo sarà meno suo figlio. E a un figlio un padre deve dare la mano per aiutarlo a svilupparsi indipendentemente e non deve imporgli egoisticamente il proprio volere. O se questi non obbediscono “scomunicarli” (invitandoli a lasciare la casa) come successo oggi con la senatrice Gambaro, in quel tipico impeto emotivo italico che pare Grillo non possa reprimere.


Il Movimento incorpora ormai molte più coscienze di quante Beppe Grillo ne possa rappresentare, logicamente se si pensa ad un elettorato di nove milioni di persone. Per questo è necessario iniziare a sviluppare il M5S 2.0:


1. Scrivendo un non-statuto 2.0, che prenda in considerazione le esperienze negative e cementifichi quelle positive. Questa “costituzione M5S” deve essere come un organismo, vivere e crescere con il Movimento venendo adattato a tutte le nuove esigenze che si troveranno strada facendo


2. Ridefinendo il metodo di selezionamento dei nostri portavoce, con un occhio di maggiore riguardo alle competenze specifiche e alle qualità comunicative
degli stessi


3. Organizzando oltre che per la rete anche per la stampa canali di informazione adatti a comunicare anche con coloro che non usano internet, integrando attivisti e simpatizzanti in forma organizzata come "opinionisti" per fronteggiare i media con le nostre idee. Bisogna anche andare nei talk show dimostrando però la nostra diversità intellettuale e comportamentale



4. Cominciando a strutturare un lavoro programmatico comune per comune dando ai gruppi nel territorio mezzi standardizzati per rendere il lavoro più efficiente
per arrivare a quel cambiamento culturale del nostro paese che ha un orizzonte temporale di generazioni e non di una legislatura


5. Allargando la “non-dirigenza” del Movimento creando un gruppo di personalità con caratteri differenti ampliando lo spettro del nostro appeal per tutte le fasce degli elettori


6. Applicando il motto: Mai una protesta senza una proposta, concretizzare quindi ad ogni occasione il nostro programma con un progetto preciso


L'implosione italiana è ormai inevitabile: Prepariamoci per poi poter ricostruire.

 

0 Kommentare

Di

11

Jun

2013

Benvenuti all'ospizio Italia

Un quadretto “amarcord” di rara bellezza ha deliziato il nostro fine settimana, fotografia emblematica dell’impeto rinnovativo del nostro paese: un giornalista della tenera età di ottantanove anni, Eugenio Scalfari, intervista l’ottantottenne presidente della Repubblica Italiana, “Re” Giorgio Napolitano I (sperando l’epiteto non sia vilipendio).


La professionalità giornalistica del primo ci aveva fatto sperare in domande come: Perché ha firmato il lodo Alfano? E perché lo scudo fiscale? Perché ha atteso un mese fra la rottura di Fini col PDL e il voto di fiducia in parlamento? Perché incaricare Monti e non andare a nuove elezioni? Perché volare con voli “low cost” ma farsi rimborsare i costi di voli di linea con guadagni da 700 euro al volo? Perché sebbene la costituzione non lo vieti ma (come si deduce dai protocolli della costituente e dall’emendamento Lami Starnuti) quantomeno lo “sconsigli”, ha accettato di rifarsi rieleggere?


Invece i due giovani ci hanno regalato reminiscenze sull’occupazione dell’Ungheria del 1956, cose moderne, cosi vicine ai nostri problemi quotidiani. Forse Bruno Vespa (contratto con la Rai, 69 anni) o il grande opinionista Vaime (contratto con LA7, 78 anni) avrebbero ringiovanito la discussione?


Purtroppo i due ottuagenari sopra non sono l’eccezione, ma rappresentano invece solo la punta dell’iceberg della gerontocrazia italiana. L’età media della classe dirigente italiana è di 58 anni. In uno studio della Coldiretti risulta che i dirigenti delle banche italiane hanno un’età media di 69 anni, più elevata addirittura di quella dei vescovi italiani (68). I presidenti dei tribunali (età media 65 anni) sono in pratica “mediamente” pensionabili, mentre i professori universitari italiani (quelli che dovrebbero far fare il salto nel futuro ai nostri figli) hanno in media 63 anni. Chi invece scrive è stato docente privato all’università di Economia di San Gallo in Svizzera all’età di 27 anni!


E non è solo un problema di dare spazio ai giovani da un punto di vista prettamente occupazionale (la disoccupazione giovanile ha raggiunto il 40%), ma soprattutto di far cambiare aria nelle stanze del potere, dove mancano idee nuove, voglia di rischiare, voglia di “conquistare” invece che di difendere solamente diritti e privilegi acquisiti. Se sprechiamo i nostri giovani talenti migliori, facendoli ammuffire in sala d’attesa, non dobbiamo stupirci se l’Italia da venti anni a questa parte è ferma.


Mai una protesta senza una proposta, questo il motto che deve essere proprio del Movimento 5 Stelle. Consiglio quindi una legge che:

 

1. vieti agli enti statali, come a tutti quelli sotto il controllo dello stato, di dare lavoro direttamente o indirettamente a persone che hanno più di 65 anni.

 

2. introduca per tutti gli “over 65“ del settore privato, che hanno già una pensione o rendite di almeno tremila Euro mensili una tassa aggiuntiva sui guadagni, da usare direttamente per incentivare il lavoro o la preparazione professionale giovanile.

 

A una certa età e con la possibilità di avere una vecchiaia economicamente agiata, ci si potrebbe e dovrebbe dedicare più intensivamente a forme di volontariato, nell’ambito dei propri preziosissimi talenti, per la comunità in cui si vive. Il comune dovrebbe offrire da parte sua, a ognuno di coloro che vuole partecipare a certi progetti, una piattaforma adeguata per “rendersi utili”.


Ha ragione (ovviamente?) chi ritiene che una proposta di legge come la prima sia draconiana, radicale e rivoluzionaria: In Italia non è certo possibile attuarla. Lo fanno solo i tedeschi, famosi fondamentalisti della gioventù, dove un giornalista come Friedrich Nowottny (quello che era il loro Vespa) è andato pacificamente in pensione a 65 anni, all’apice della sua notorietà, come fanno peraltro tutti i suoi colleghi (senza scappatoie ex post tramite partite IVA) e dove (sempre in Germania) un candidato non può diventare sindaco se ha più di 65 anni di età.

 

Sono "pazzen questi tedesken"

0 Kommentare

Do

06

Jun

2013

Alla ricerca della "Grillogica"

Curare un paese malato cosi come vuole fare il Movimento 5 stelle non è una cosa facile. Il problema non è diagnosticare le cause della palese patologia di cui soffre (protesta) o determinare poi una terapia adeguata (proposta), ma aver la possibilità di essere “l’unico” medico curante.


I politici che finora hanno deciso la cura avevano chi direttamente chi indirettamente un solo interesse: tenerlo in ospedale il più a lungo possibile per farsi pagare i costi della cura, quindi i loro.


Per diventare “medico curante” l’M5S ha sembrerebbe solo due possibilità: La rivoluzione (armata e/o pacifica) o vincere le elezioni per governare da solo. Tralasciando la prima possibilità, almeno per adesso, guardiamo alla seconda.


Se le elezioni si dovessero rifare con il “porcellum” non servirebbe a nulla avere un voto in più del secondo e quindi la maggioranza al parlamento, dato che non sarebbe realmente possibile con lo stesso voto averla in senato. E sicuramente un’eventuale eliminazione del senato andrebbe di pari passo (vista la maggioranza attuale di governo) con l’abrogazione di un premio di maggioranza al parlamento cementificando lo status quo. E sarebbe inoltre assurdo per il Movimento usare uno strumento di dubbia costituzionalità come la vigente legge elettorale, contro la quale si sono fatte battaglie referendarie, per vincere le elezioni.


Ritornando al “mattarellum” il risultato non cambierebbe poi molto, anzi. Anche una grande affermazione di massa del Movimento non sarebbe mai tale (più del 50%) da poter governare senza la necessità di un accordo ex post con un partito tradizionale che però il M5S a priori esclude.


Anche se si votasse con un sistema maggioritario alla tedesca, bisognerebbe arrivare minimo a un 45-46% di consensi sperando che partiti minori non passino lo sbarramento del 5% abbassando quindi la soglia per raggiungere una maggioranza per governare in solitudine. Anche se invece si applicasse un sistema maggioritario sia a turno unico (come in Inghilterra) o a doppio turno quando nessuno ha superato il 50% dei voti, la situazione non cambierebbe sostanzialmente. In ogni variante di elezione democratica è palese che le elezioni si vincono solamente con una forte componente moderata molte volte personalizzata dal candidato premier scelto perchè abbia “appeal“ sull’elettorato della sponda opposta (come Steinbrück in Germania o Renzi in Italia).


Tutto questo è fuori dal pensiero movimentista a 5 stelle che se non vuole fare coalizioni ex ante o accordi ex post elezioni e non moderarsi nei temi e (purtroppo anche) nei toni come lo fecero i Verdi in Germania, non ha una reale possibilità per via democratica di governare in solitudine. Quindi torniamo alla prima soluzione, quella rivoluzionaria.


Per una rivoluzione armata manca al Movimento sia l’impeto ideologico sia la natura violenta. L'M5S è pieno più di chierichetti che non di futuri partigiani, bravi forse a far “surfing” sul web ma inimmaginabili nella guerriglia urbana in stile siriano.


Anche per le sommosse civili in stile della primavera araba manca il personale specializzato e la massa critica. Per una rivoluzione non armata ci vogliono orde di giovani che vadano in piazza e siano pronte a lanciare sassi e a prendere botte. L’Italia è un paese di vecchi, la spinta rivoluzionaria manca nella maniera più assoluta.


Da un punto di vista razionale quindi il movimento dovrebbe essere strategicamente in un vicolo cieco, il che vorrebbe dire che chi lo dirige è incompetente. Oppure ci deve essere ancora un’altra variante.


L’ultimo sviluppo è infatti quello passivo: l’implosione dell’intero sistema. Quando mancheranno i soldi per le pensioni, per gli impiegati statali, per la salute, la bancarotta sarà definitiva, cosi come è stato in quasi tutti i paesi comunisti dell’Est Europa, e le istituzioni si arrenderanno. I governi di quei paesi uno a uno lasciarono il potere ai movimenti civili che erano fuori dal sistema per una forza di inerzia decandetale che l’implosione stessa aveva causato.


Nella visione “psicostoricamente asimoviana” dell’Italia che Grillo deve aver pensato o sentito, il paese ha passato economicamente e socialmente quello che si chiama “the point of no return”, il punto dopo il quale non si può più tornare indietro, quando la decadenza è ineluttabile. Se questo sarà il futuro, ci dovremo preparare ad agonizzare ancora per un lungo periodo, perché abbiamo medici esperti nell’accanimento terapeutico tipico per i parassiti che vogliono preservare il loro organismo ospite.


Pur se tristemente, almeno si evince da questo ragionamento una certa logica nel fondamentalismo di Grillo a non voler farsi “contagiare” dal vecchio sistema, sia quello partitico che quello mediatico. Il presentarsi alle elezioni era necessario per dare visibilità all’alternativa politica e il lavoro a livello comunale, regionale e nazionale per dare dimostrazione di credibilità operativa tramite una coerenza comportamentale ai limiti della pedanteria. È questo essere fuori e diversi a preservare la garanzie di poter ereditare il potere quando i rotori degli elicotteri saranno l’ouverture dell’implosione.


Seguendo la stessa logica si può anche derivare che il successo del M5S alle ultime elezioni politiche è da ritenersi contro produttivo alla causa sopra, nel senso che le dimensioni del successo possono assurdamente ritardare ulteriormente la fine del sistema. La partitocrazia non avrebbe reagito con vari atti finora puramente simbolici all’aumento dell’assenteismo (non nuoce loro) e nemmeno se la pseudo antipolitica si fosse arenata sul 10% (pura funzione di alibi).


Un eventuale calo del Movimento potrebbe invece a lungo termine essere vantaggioso per il periodo dopo che anche l’ultimo eroe di vetrina (Renzi) avrà giocato le sue carte e immancabilmente perso, dato che tutte le soluzioni politiche che potrà attuare saranno sempre e solo, per il DNA di questi partiti, medicine omeopatiche quando invece urge il trattamento con antibiotici, quelli che eliminerebbero i parassiti, quindi loro stessi.


Questo è il perfetto paradosso su cui logicamente poggia la strategia del Movimento: i partiti non potranno mai suicidarsi e non facendolo sono costretti a morire. Cambiassero per un miracolo evoluzionistico non farebbe differenza, dato che la loro metamorfosi in "bene" sarebbe il successo del Movimento senta nemmeno doversi applicare. Un successo in riflesso.


Sarà da verificare comunque da una parte se il Movimento saprà rigenerarsi concettualmente superando la fase “guruistica” ed entrando in quella di organismo multiforme e autonomamente pensante.


Dall’altra parte non è trascurabile quale sarà la situazione post implosione. Anche la migliore cura ha bisogno che il paziente abbia qualche riserva per poterla sostenere. In caso contrario ci vorrà troppo tempo per la ripresa. Ce ne vorrà meno a imparare il tedesco o l’inglese e migrare verso il lavoro, trasformando definitivamente il nostro paese in un paese sottosviluppato.

 

0 Kommentare

Mo

03

Jun

2013

Prima del Franco Sardo almeno la Zona Franca

La discussione sulla Zona Franca in Sardegna sarà probabilmente vista dagli storici come l’ultimo anello di una catena infinita di esempi dell’incapacità di un popolo a riconoscersi tale e quindi, prima di ogni divisione ideologica ormai anacronistica, a “combattere” per i propri interessi e soprattutto per quelli dei propri figli e nipoti.


Dopo l’allarme lanciato, in primis, dalla Dottoressa Randaccio sulla possibile perdita nel giugno 2013 di un diritto acquisito dalla regione sarda, addirittura subito dopo la seconda guerra mondiale, ma mai concretamente attivato, si è aperto un dibattito interpartitico che ha dei riflessi assurdi, mischiando “pro e contra”, senza riflettere sull’aspetto centrale del problema.

Inoltre, se ce ne fosse ancora bisogno, la non attivazione di un diritto palesemente vantaggioso per chi lo applica (vedi le isole Canarie e quelle della Manica, solo per rimanere in Europa) testimonia l’incompetenza politica della classe dirigente regionale degli ultimi sessant’anni. E purtroppo, almeno da parte della nomenklatura partitica, miglioramenti non sono in vista .


La prima assurdità è che si discuta, in maniera ragionieristica, sulle basi giuridiche di quale zona franca alla fine si possa istituire. Perdersi tra zone franche commerciali, punti o porti franchi, depositi franchi o zone franche di seconda generazione, zone franche speciali o quelle d’impresa è solo demenziale. La zona franca deve essere per tutta la Sardegna (quindi integrale). Questa isola ha già visto tanti, troppi compromessi marci in partenza.


La seconda assurdità è mettere in dubbio la possibilità di una zona franca integrale sarda solo perché la Sardegna è un’isola di grandi dimensioni. Proprio una superficie cosi grande, in rapporto ad una popolazione di numeri esigui (68 abitanti per km2), determina ancor più evidentemente uno svantaggio per lo sviluppo economico e sociale. Inoltre è logico vedere l’Irlanda con le sue agevolazioni fiscali accettate dall’Unione Europea come zona franca. E proprio gli irlandesi hanno argomentato di essere un’isola grande con poca popolazione (67 abitanti per km2), con una povertà che viene da lontano e un popolo che deve emigrare per sopravvivere. Una descrizione che forse ci ricorda qualcuno, quando guardiamo allo specchio.


La terza assurdità è sostenere che il bilancio regionale risentirebbe della mancanza degli introiti delle tasse sui consumi (IVA) e quindi i costi della sanità, delle scuole e dei trasporti non sarebbero più sostenibili. Dopo anni di assistenzialismo quantomeno virtuale (i dati dicono noi essere creditori e non debitori nei confronti dello stato centrale) pare che la mentalità dello schiavo che baratta la sua libertà per la ciotola di pane duro, sia ormai entrata nel DNA degli isolani. Dopo anni che si combatte contro lo stato centrale per riavere il maltolto sul reddito Irpef e sull’IVA (per una somma di quasi 10 miliardi di Euro), crediamo ancora veramente che sia meglio farsi gestire da Roma che autogestirsi?


Ed è proprio pensando ai torti passati, al nostro statuto di regione autonoma, soprattutto autonoma nella gestione dei problemi ma mai nella gestione dei propri mezzi, che auspico che tutte le forze politiche della Sardegna e di conseguenza anche quella alla cui appartengo, il Movimento 5 Stelle, non esitino un secondo a fare della “Zona Franca” un progetto da realizzare al più presto senza distinzione di appartenenza politica ed interessi elettorali dei singoli.


E se poi si scoprisse che per qualche cavillo legale tale diritto acquisito non venisse riconosciuto, non sarebbe comunque meno nobile aver combattuto per la giusta causa. Si realizzerebbe almeno una maggiore unione tra i cittadini sardi per iniziare poi la lotta per una vera autonomia fiscale in Sardegna come sarebbe dovuto essere ormai da 60 anni. L’M5S dovrebbe esserne il primo promotore, poichè non è un partito, non è di destra, non è di sinistra, ma sicuramente è sardo.

 

0 Kommentare

Di

14

Aug

2012

Agricoltura in Sardegna: L'esempio viene dalla Svizzera

Dopo aver scritto di Energia e Trasporti, ora è la volta dell’Agricoltura, che teoricamente, dovrebbe essere un “fattore fondamentale dell’economia” di un Paese. Purtroppo i politici italiani, ma anche quelli dell’unione europea sembrano, fino ad oggi, non considerarla tale. I problemi che affliggono gli agricoltori e i pastori sardi sono ormai, da anni alla luce del sole: I prezzi della produzione locale sono sempre più alti, mentre i prezzi alla vendita stagnano o addirittura calano. Se un litro di latte di pecora nel 1995, rendeva al produttore 70 centesimi, oggi rende anche meno: colpa della globalizzazione e di un “pecorino” che ormai è diventato una “commodity”, un prodotto standard per miscele di formaggio grattugiato. Perde così ogni particolare caratteristica che possa legittimarne un prezzo più alto, rispecchiando la vera qualità del prodotto base. 

 

Nel settore della produzione ortofrutticola, la situazione non è migliore. Si esportano carciofi (soprattutto), olio e vino. Altri prodotti non hanno massa critica e sono quindi solo marginali. Certamente le colpe sono anche fatte in casa: Mancanza di marketing qualificato e centralizzato, poca sperimentazione di nuovi prodotti, mancanza di ricerca di mercati nuovi (per esempio Asia), dove dominano i neozelandesi, maggiori esportatori di latte al mondo.


La globalizzazione è comunque dannosa per gli agricoltori sardi: Gli altri produttori vendono sui mercati isolani approfittando di una produzione a basso costo (in pianura, altamente meccanizzata e con più “chimica” oppure nei paesi del Nord Africa con operatori in semischiavitù) mentre la produzione locale (prevalentemente in collina, poco meccanizzata e più “biologica”) è automaticamente più costosa, qualche volta sul mercato regionale, sempre su quello globale. I pomodori sardi, sul banco della verdura in Europa costano quasi il doppio di quelli che arrivano dalle serre marocchine. Le differenze qualitative, purtroppo, non sono sempre chiare al consumatore.


Tutto questo perché nella Comunità Europea non si riesce a capire che l’agricoltura (includendo sempre la pastorizia e l’allevamento di bestiame) vuol dire cibo e quindi salute e vita. Trattare la vita come se fosse un prodotto (un’automobile) non è certo un traguardo culturale di cui andare fieri.


Mentre una famiglia europea nel 1950 spendeva tra il 40% e il 50% dei propri guadagni per mangiare, oggi spende tra il 14% (Germania) e il 20% (Italia). Le differenze, in spesa assoluta, non sono rilevanti. Le percentuali divergono perché il reddito pro capite, nei vari Stati, differisce. Si spende di più per la casa ed è comprensibile, ma per i trasporti (manutenzione auto, assicurazione, bollo e benzina) lo è meno.

 

È assurdo che il mestiere più nobile, quello dell’agricoltore, che ci “tiene in vita”, non ha prospettive di guadagno mentre “l`ultimo” degli speculatori, nelle stanze dell’investment banking della City a Londra, guadagna milioni di Euro solo in “boni”, senza rischiare nulla di proprio, non creando nulla, anzi, molte volte distruggendo la vita di chi invece lavora ancora onestamente con le proprie mani, per fargli mangiare i tramezzini all’ “happy hour” serale.

Cerchiamo di imparare dagli Svizzeri, che, palesemente meglio di noi hanno imparato dalla storia (vedi anche www.agricoltura.ch). Dopo aver aperto all’inizio del secolo XX, il mercato nazionale all’importazione di prodotti agricoli (specialmente cereali), gli svizzeri, poichè dipendenti dalla stessa durante la prima guerra mondiale, hanno patito la fame. Imparata la lezione, nel 1938 con il “piano Wahlen”, hanno obbligato i proprietari ad arare ogni campo coltivabile per assicurare “l’autarchia alimentare”. Nonostante la chiusura delle frontiere, durante la seconda guerra mondiale, nessun svizzero ha patito la fame.


Nel 1951 il principio dell’approvvigionamento del Paese tramite la produzione agricola diventò legge costituzionale. Incentivando la produzione rimunerandola a prezzi garantiti dallo stato, molto elevati, i contadini arrivarono a far ascoltare Mozart alle mucche per produrre più latte possibile. Questa sovrapproduzione (un mucca svizzera rende oggi 25 Kg di latte al giorno fino ad arrivare a 35kg dopo il terzo vitello) ha causato, oltre a sovvenzioni sempre più costose, anche problemi ecologici notevoli. Nel 1996 la popolazione svizzera ha votato, per un cambiamento radicale, mantenendo la funzione autarchica dell’agricoltura, ma cambiando la professione del contadino in quella di un “agente ecologico” pagandolo direttamente per il suo lavoro (anche con criteri qualitativi).


L’articolo 104 della costituzione svizzera oggi: “La Confederazione provvede affinché l’agricoltura, tramite una produzione ecologicamente sostenibile e orientata verso il mercato, contribuisca efficacemente a: 1) garantire l’approvvigionamento della popolazione 2) salvaguardare le basi vitali naturali e il paesaggio rurale 3) garantire un’occupazione decentrata del territorio”

 

E per arrivare a questi traguardi tra l’altro: “1) completa il reddito contadino con pagamenti diretti al fine di remunerare in modo equo le prestazioni fornite, a condizione che sia fornita la prova che, le esigenze ecologiche sono rispettate 2) promuove mediante incentivi economicamente redditizi le forme di produzione particolarmente in sintonia con la natura e rispettose dell’ambiente e degli animali 3) emana prescrizioni concernenti la dichiarazione relativa alla provenienza, la qualità, i metodi di produzione e i procedimenti di trasformazione delle derrate alimentari 4) protegge l’ambiente dai danni dovuti all’utilizzazione eccessiva di fertilizzanti, prodotti chimici e altre sostanze ausiliarie. Etc. Il tutto “A complemento delle misure di solidarietà che si possono ragionevolmente esigere dal settore agricolo e derogando se necessario al principio della libertà economica”. (per i politici regionali e nazionali il testo è già redatto in italiano, vedi http://www.admin.ch/ch/i/rs/101/a104.html). Basta copiare.

 

Gli svizzeri si fanno costare questo loro “lusso” 2.5 miliardi all’anno. Ma sono soldi ben spesi, ripopolano le zone di montagna, garantiscono un’alimentazione sana e biologica (risparmiando a lungo termine nella sanità), incentivano anche un vero “agriturismo” (non ristoranti, ma ferie dai contadini per fare i contadini e quindi riscoprire che “il cibo non viene dal supermercato” , imparando così ad onorare meglio il lavoro di chi ci “sfama”) e l’eco-cultura (seminari per le scuole per i bambini cittadini “che credono che le mucche sono viola e si chiamano milka”) e riaffermando l’importanza della coesione sociale.

 

Norme legislative che vanno in questa direzione (pagamenti diretti, rivoluzione ecologica con filiera corta, biodiversità etc.) sono in discussione anche a Bruxelles. Ovviamente hanno scarse probabilità di essere applicate, dato che anche in Italia ci sono forti “lobbies” che rappresentano i poteri economici delle grandi aree di agricoltura intensiva e monoculturale (Pianura padana) alle quali poco importa che i contadini e i pastori sardi sono ecologicamente più svizzeri degli svizzeri e che quindi avrebbero pienamente diritto a un pagamento diretto e adeguato. Togliendo la metà delle sovvenzioni per incentivare un’agricoltura europea oggi votata solamente alla sovrapproduzione e quindi a prodotti qualitativamente sempre più mediocri, si agirebbe a favore di aree “di bassa intensità produttiva, ma orientata a produzione di qualità e a basso impatto ecologico (la fotografia della Sardegna!).

 

I problemi sardi sarebbero storia, ma gli interessi isolani ancora una volta non collimano per niente con quelli “continentali”, o anche solo italiani. Sarebbe quindi ora di diventare una vera “isola”, lontana e indipendente come la Svizzera, dove un allevatore di pecore prende 2.3 Euro al litro!

 

Chissà, forse perché il latte di pecora è più pregiato di quello di mucca e i consumatori lo sanno, visto che le mamme con esso curano la neurodermite dei loro bambini allergici. O forse perché alle pecore non piace Mozart?

 

 

0 Kommentare

Fr

22

Jun

2012

Sardegna? Meglio a nuoto

Nell’articolo del mese scorso si è detto dei “fattori fondamentali dell’economia” quali energia, trasporti, agricoltura, digitalizzazione informatica, formazione professionale, che dovrebbero essere la base di un piano industriale regionale. Dopo aver già affrontato il tema dell’energia per e della Sardegna è la volta dei trasporti.


Purtroppo in tutti i paesi dell’Europa meridionale non si è mai capita a fondo l’importanza dei trasporti e quindi dell’infrastruttura logistica (strade, ferrovie, stazioni, porti e aeroporti) per lo sviluppo economico. Invece, in Germania specialmente, ma genericamente in tutta l’Europa settentrionale, è quasi un concetto ideologico: L’infrastruttura non si discute, si fa. E non dai privati, ma dallo stato!

Proprio seguendo le leggi “dell’ordoliberalismo” della scuola di Friburgo che sfocia dopo la seconda guerra mondiale “nell’economia sociale di mercato” di Adenauer ed Erhard, la Germania ha costruito la propria fortuna. Questa forma più progressista del liberismo rende il mercato meritocratico ed evita gli eccessi delle disparità sociali tipiche delle economie americane e purtroppo, sempre più, anche di quella italiana.


Ecco quindi che le differenze dopo anni vengono al pettine: In Germania ci sono 235.000 km di strade, di cui 13.000 km di autostrade, importanti per il settore industriale e 35.000 km di ferrovia. In Italia 180'000 km di strade, ma solo 6.400 di autostrade e 16.530 di km ferroviari, dei quali pochi, oltretutto, adatti alle alte velocità. Le differenze poi tra Italia del Nord e quella del Sud e le Isole sono enormi e palesi solo guardando la carta stradale.


Ancora più fondamentali ovviamente sono i trasporti per un’isola. La nave può essere una via di trasporto molto vantaggiosa, ma solo quando le distanze sono considerevoli. La concorrenza è l’aereo, se si trasporta merce che non si deteriora. Se invece si vive di turismo e si dipende in pratica da pochi traghettatori privati, in odore di palese oligopolio, non bisogna meravigliarsi se questi poi fanno solamente i propri interessi e non quelli degli isolani.


Una famiglia con 2 figli che viene in Sardegna dal 3 al 18 di agosto, partendo da Genova per Olbia, spende solo per il viaggio di andata e ritorno con una cabina esterna della Linea Moby 1.409 Euro, pasti esclusi. Per spendere meno bisognerebbe saper nuotare!


La stessa famiglia spende 2.200 Euro per 2 settimane all’Hotel Adriatic a Dubrovnic, Croazia con colazione e cena, 2 stanze e la spiaggia a 50 metri. E con gli stessi 1.400 Euro, come sopra per il solo traghetto, questa famiglia nello stesso periodo fa le ferie in un B&B a Ostuni, Puglia, volo o viaggio in auto incluso.


La regione Sardegna non ha ancora capito come funziona l’intreccio fra trasporti ed economia. Non si aspetta che ci sia richiesta per fare un’offerta, ma è l’offerta che crea la richiesta: Se la regione non garantisce per esempio, che la tratta aerea Amsterdam-Olbia sia operativa, almeno una volta alla settimana, per tutto l’arco dell’anno, come può un imprenditore olandese aprire una ditta nella Gallura o un ricco pensionato di Den Haag comprare una casa a San Teodoro se poi è impossibilitato a raggiungere l’isola fuori stagione?


In Germania le conoscenze di queste interdipendenze tra infrastruttura e sviluppo economico sono invece nel DNA della politica, senza differenze tra destra e sinistra, perché il buon senso non appartiene alle ideologie. “Comprata” la Germania dell’Est da una Confederazione Russa, alla ricerca disperata di soldi, i tedeschi hanno prima di tutto cominciato a costruire autostrade, ferrovie, porti di mare e porti fluviali, impianti di energia rinnovabile (soprattutto eolico), centri di ricerca per tecnologie moderne (microchips, pannelli solari, microalghe, ottica etc.). Tutto finanziato dallo Stato.


Subito dopo, dato i grandi vantaggi logistici della “nuova” Germania orientale e incentivi fiscali non indifferenti, i grandi conglomerati industriali tedeschi non hanno portato le loro fabbriche in Romania o Bulgaria come molti industriali italiani, ma si sono insediati vicino a Dresda, Lipsia, Magdeburgo e ovviamente a Berlino. Oggi proprio lì (oltre che in Baviera) risiede l’eccellenza produttiva tedesca, tanto che l’Ovest tedesco vuole un programma d’investimenti per pareggiare il conto.


La lezione da imparare per la regione Sardegna è quindi facile:


1) Allestimento immediato di una flotta regionale “non profit” di traghetti in numero sufficiente per “guidare” il mercato con dipendenti residenti in loco che si spera sappiano identificarsi meglio con il biglietto da visita dell’isola che il traghetto rappresenta per un turista. Tutti gli altri traghettatori potrebbero essere costretti ad adeguare i loro prezzi, si potrebbero stipulare contratti di parziale sovvenzione da parte della Regione, sempre seguendo gli indicatori di qualità (ad esempio puntualità, accoglienza, igiene, costi, sicurezza, numero di viaggi) dettagliatamente oggettivati per un facile controllo con penali per mancato rispetto delle condizioni contrattuali. Ovviamente, applicando un sistema bonus/malus in proporzione ai salari dei dipendenti se i traguardi stabiliti siano stati raggiunti, superati o mancati. Chi non “rende”, a medio termine, deve togliere il disturbo. È singolare che non esista in Italiano un verbo che spieghi l’inglese “perform”, altro che posto fisso o raccomandazioni. Non dovrebbe essere più tempo per queste cose, l’Euro ci costringe a competere con nazioni in cui non esistono nepotismo e clientelismo, bensì solo meritocrazia.


2) Aste per le ditte aeree (come ad esempio easyjet, ryan air, meridiana, alitalia etc.) per avere le sovvenzioni regionali per garantire la continuità territoriale con i grandi conglomerati europei. I costi di queste tratte possono essere quantificati facilmente, e tramite una politica dei “libri aperti” (open books) la regione potrebbe coprire i costi di investimento fino a quando l’offerta abbia creato sufficiente richiesta e quindi le sovvenzioni diventano obsolete. Ovviamente questi investimenti devono andare pari passo con un piano per lo sviluppo turistico nella bassa stagione, incentivando gli hotel con offerte di wellness e di attività sportive, in modo che si crei la richiesta citata sopra.


3) Investimento nell’infrastruttura stradale e soprattutto ferroviaria regionale.

Con due centri portuali e aerei, uno a Sud e uno a Nord, dovrebbe essere possibile in un’ora raggiungere ogni paese, almeno i litorali. Per fare ciò è necessario investire nel trio logistico adeguatamente integrato aereo, treno, autobus.


Ovviamente tutto questo non sarà possibile prima di avere almeno una vera autonomia fiscale della Sardegna o addirittura essere politicamente indipendenti. Ma per questo i sardi dovrebbero mettersi d’accordo e trovare finalmente un’identità isolana!

 

 

0 Kommentare

Mi

30

Mai

2012

Sardegna: Paradiso di energia pulita “in spe”

Per l’economia industrializzata l’energia elettrica è come il cibo per l’uomo, non basta per vivere ma senza si muore. Per ogni piano industriale degno di questo nome la soluzione del fabbisogno energetico è la chiave principale del successo. In Sardegna purtroppo – come per quasi tutti i “fattori fondamentali dell’economia” quali trasporti, agricoltura, digitalizzazione informatica, formazione professionale – anche per l’energia non sembra esistere un progetto “sardo”, ma ci si è “venduti” a multinazionali chimiche e petrolifere che per decenni hanno solamente usato l’isola per prendere sovvenzioni, per pagare salari sotto la media approfittando della dipendenza creatasi sul mercato del lavoro e per limitare i costi di riciclo e così inquinando dato i controlli “volutamente” mancanti. Il tutto senza dare vantaggi alcuni allo sviluppo di un’economia tecnologicamente moderna: Anzi, i costi dell’energia in Sardegna sono maggiori che in continente. La creazione delle infrastrutture base non si può mai delegare a privati, ma è la prerogativa dello stato (come in Germania), in pratica l’essenza della politica stessa. 

È ora quindi di dare una svolta radicale al settore energetico. E le due parole chiavi sono autarchia e diversificazione (geografica e materiale).


Si deve quindi partire dal fabbisogno interno sardo, definendo un prezzo dell’energia elettrica che sia molto attraente per la locazione industriale non inquinante (fondamentalmente tutte le industrie che assemblano con catene robotizzate) portando sull’isola ma anche richiedendo ingegneri e operai specializzati pagando le tasse sul nostro territorio. Da questo fabbisogno si declinano quantità e natura delle centrali da costruire.

Il target economico dovrebbe essere in simbiosi con un target ecologico: Sardegna l’isola a zero Co2. Un messaggio che anche turisticamente rilancerebbe l’isola in Europa come modello non solo economico/turistico, ma anche di progetto di vita alternativa, basandosi su una forma di sintesi fra tradizionalismo dei valori (tra cui la rivalutazione della terra e della manualità) e modernismo tecnologico.


L’energia basata sul fotovoltaico e l’eolico dovrebbe essere la spina dorsale del nuovo sistema produttivo di energia elettrica: Il fotovoltaico con pannelli solari su tutti i tetti adeguati e il fotovoltaico termico in zone interne adatte e poco “turistiche”, così come centrali eoliche nell’entroterra (di piccole dimensioni) ma anche sul mare (di grandi dimensioni come i parchi eolici nel Nord della Germania). Logico che il solare termico per il riscaldamento di acqua calda dovrebbe essere obbligatorio o talmente agevolato da essere ovvio per ogni casa (anche in forme centralizzate e così ancora più convenienti).


Con adeguata pianificazione si possono coltivare foreste per la produzione di legna per riscaldamento (pellets ma anche legna per termo camini) o creare un riciclo di materiali rigenerativi per alimentare centrali termoelettriche di piccole dimensioni (come in Svezia e Finlandia) che possono sia creare energia elettrica sia dare acqua calda o vapore a industrie adiacenti o tramite tubazioni a interi paesi. In alcune zone dell’isola ci potrebbero anche essere locazioni per centrali geotermiche.


Le centrali termoelettriche e quelle idroelettriche con laghi artificiali bilancerebbero i deficit di energia elettrica nelle ore senza sole e senza vento, potendo fornire elettricità quando questa serve. Questo metodo è usato per esempio in Svizzera in senso inverso, la notte gli svizzeri comprano elettricità a bassissimo prezzo dalle centrali atomiche francesi, che non possono spegnere il reattore solo perché di notte si consuma di meno e quindi “regalano” la produzione notturna. Con questa in Svizzera si pompa l’acqua da un lago a valle verso un lago a monte. Di giorno quando c’è bisogno di molta elettricità, gli Svizzeri fanno ricadere l’acqua da monte a valle producendo normale energia idroelettrica e la vendono a caro prezzo (anche alla Francia!). 

 

impianti di pompaggio
impianti di pompaggio

In Sardegna potremmo far meglio: di giorno usare l’energia solare per pompare l`acqua al lago superiore, di notte usare queste “riserve” energetiche per produrre l’energia elettrica mancante. Inutile dire che la topologia della Sardegna si presta benissimo per questo tipo di centrale. Il tutto senza una goccia di petrolio o un atomo di uranio!

Per i trasporti l’isola è predestinata per la creazione di una rete di ricambio di batterie per auto elettriche (progetti simili sono già stati testati con successo in Israele) eliminando il problema dell’autonomia di quest’ultime che comunque in Sardegna basterebbe già oggi quasi sempre almeno per la seconda macchina.


Per le auto dei turisti, per gli aerei e per i traghetti (che dovrebbero essere solo sardi e con sistemi moderni per diminuire i costi usando il vento) si può predisporre la produzione di diesel sintetico. Si può produrre questo tipo di diesel riciclando i rifiuti con centrali di depolimerizzazione a bassa temperatura (per evitare le diossine dei termovalorizzatori ora di moda) di cui esistono modelli poco costosi molto adeguati per comunità piccole e decentralizzate.


In alternativa si possono raffinare oli vegetali non commestibili come quello ricavato pressando la colza, il ricino, il tabacco energetico, la brassica carinata, il cardo, evitando nella maniera più rigorosa coltivazioni monoculturali e soprattutto usando solo terreni semiaridi per evitare che quelli fertili siano sottratti alla produzione di piante commestibili. Il pane non si deve mai mettere nel serbatoio, se non per ragioni economiche di sicuro per una questione morale.


Le raffinerie in questione sono completamente non inquinanti e centrali tecnologiche modulari e addirittura mobili (alcuni produttori le vendono dimensionate a container da 20 o 40 piedi) e possono quindi “muoversi” secondo le necessità. Ovviamente si dovrebbe anche studiare quali siano i vantaggi per la produzione di diesel sintetico basandosi sulle microalghe, che però sono - a mio avviso - più indicate, dove si vuole abbinare la loro coltivazione con lo smaltimento di Co2 di cui le alghe si nutrono, mentre la Sardegna di Co2 ne potrebbe fare totalmente a meno.

Tutto questo non è utopia, tutte le soluzioni sopra citate sono tecnologie certo di avanguardia ma già in uso in Europa e marginalmente anche in Italia. Ovviamente per un piano di cambiamento talmente radicale la Sardegna dovrebbe essere indipendente, quantomeno a livello legislativo e fiscale. E dettare ad esempio le condizioni: Se una ditta vuole vendere le tecnologie sopra descritte in Sardegna deve quantomeno assemblare in Sardegna. Così fanno anche i cinesi. Non siamo più stupidi di loro.

 

0 Kommentare

Fr

20

Apr

2012

Se il contante non contasse

Lo stato italiano è indebitato per il 120% del prodotto interno lordo (PIL), una somma che supera i 1900 miliardi di Euro. Siccome il bilancio non è mai in attivo da decenni, e quindi lo stato italiano non ha “risparmi” per restituire anche solo in parte il debito acquisito, anzi ne fa sempre di più, è costretto a rifinanziarsi, cioè a sostituire quella parte di debito che scade con uno nuovo. I nuovi creditori vogliono, oltre ovviamente alla restituzione del capitale alla scadenza, anche un interesse che rispecchi il rischio che loro corrono. I mercati, che non sono un’entità esoterica, ma tutti quelli che investono in titoli di stato, ritengono che se il rischio di non ricevere il capitale prestato cresce, più alto deve essere l’interesse. Nel caso dell’Italia al momento l’interesse per contratti decennali è del 5.5%, per la Germania solo dell’1.8%. 

Per la Germania è un grande affare. L’“affidabilità” del loro debito li premia, indebitandosi risparmiano. L’inflazione nella zona Euro è, infatti, al 2.7% e siccome gli interessi sui titoli di stato tedeschi sono sotto questa cifra, il loro debito effettivamente diminuisce. Oggi con la moneta unica l’Italia è svantaggiata doppiamente: non può “svalutare” la moneta per far riacquistare competitività alla propria industria (metodo comodo ma che alla fine con prospettiva globale impoverisce chi lo applica) e non può (o poco) “usare” l’inflazione per recuperare terreno sul debito, cosa che assurdamente invece può fare i paesi “virtuosi” dell’Europa settentrionale.

 

Guardando alla Germania si deve costatare che dal 1990 si è indebitata per 1500 miliardi di Euro, investendo gran parte di questi capitali per costruire ex novo l’infrastruttura di tutta la parte Est del paese (strade e autostrade, linee ferroviarie, porti e aeroporti, università e istituti di ricerca, centrali elettriche) o rilanciare la propria economia (programma di agevolazioni fiscali), aumentando la propria produttività conciliando la modernizzazione degli impianti industriali con un abbassamento dei costi del personale tramite una maggiore liberalizzazione del mercato del lavoro (piano Agenda 2010 del “socialdemocratico” Gerhard Schröder deciso nel 1999). La maggiore competitività delle ditte tedesche sui mercati internazionali e il vantaggio per loro di avere la stabilità dell’Euro nel mercato comune europeo hanno portato a una crescita del PIL tedesco, più entrate fiscali e quindi meno necessità di nuovo debito pubblico, anzi riduzione del 2% nel 2011 (da 81% a 79%) rispetto al 2010.


Per diventare “virtuosa” l’Italia dovrebbe ogni anno contemporaneamente investire per modernizzare le infrastrutture (maggiori uscite per almeno cinquanta miliardi), abbassare le tasse e i costi del lavoro (meno entrate per cinquanta miliardi) e restituire parte del debito (maggiori uscite per cento miliardi). Sommando l’Italia dovrebbe “liberare” 200 miliardi (!) di Euro all’anno per almeno un decennio. Se il debito si riducesse così a ca. 1000 miliardi, l’Italia diventerebbe uno dei paesi più virtuosi della zona Euro con un debito a meno del 60% del PIL, che poi diminuirebbe (a parità di bilancio) automaticamente con la formula inflazionistica sopra citata.


Chi crede che questo sia impossibile non sa che allo stato Italiano ogni anno vengono a mancare ca. 180 miliardi di Euro di tasse non pagate per un valore dell’economia sommersa italiana di quasi 420 miliardi di Euro (stime della Tax Research London per l’anno 2009), ovviamente record Europeo, e che la corruzione in Italia è stata stimata a sessanta miliardi di Euro mentre il fatturato della criminalità organizzata è stimato abbondantemente sopra i 150 miliardi di Euro. Anche se in queste cifre ci sono dei fattori che sommando si annullano, i 200 miliardi di Euro ci sarebbero. Il problema è quindi come recuperarli.


Una possibilità sarebbe diventare tutti “svedesi”, quindi meno “furbi”, dichiarare tutto e pagare equamente le tasse. Dato che questo non è probabile, lo stato Italiano ha accentuato la lotta contro l’evasione fiscale aumentando i controlli. Questo ha fatto ritornare nel 2011 ca. 12 miliardi di Euro nelle casse dell’erario, ne mancano 188!


Ci sarebbe un metodo molto facile non per recuperare l’evasione ma per evitarla in maniera totale: Eliminare i soldi, cioè il denaro contante, il vero “vulnus” del nostro paese. In Italia girano più contanti che in Germania (50% in più) pur avendo venti milioni di abitanti in meno. C’è necessità di contante per pagare in nero, per corrompere, per eseguire operazioni da occultare, perché illegali.


Se ogni italiano avesse solo la carta di debito (non di credito) per il pagamento elettronico al momento dell’acquisto, come si potrebbe evadere? Non occorrerebbero controlli di scontrini, la guardia di finanza si potrebbe concentrare solo sulle operazioni internazionali. Pagando tutti si potrebbero diminuire le tasse a percentuali IRPEF risibili che andrebbero dal 10 al 25%. Ovviamente tutte le operazioni bancarie “online” cosi come la gestione del conto corrente sarebbero completamente gratis. Ipotetico? No. In Svizzera lo sono per tutti i proprietari di conti correnti di banche cantonali già da molti anni. In Italia invece si paga annualmente per una gestione “media” del conto corrente ca. 100 Euro secondo la Banca d’Italia, fino a 300 Euro secondo la stima della commissione europea.


Senza il contante come si potrebbe corrompere? Forse con uova, galline e formaggio? Improbabile che ne valga la pena. Comprare droga diventa difficile, e comunque (anche cambiando il nome alla merce) il prezzo rimane uguale e il venditore deve pagare le tasse, cosi come ogni “escort” dovrebbe forzatamente farlo, perché il fatturato diventa una somma di entrate su un comunissimo estratto conto, facilmente controllabile.


La perdita di “privacy” è palese, ma il conto corrente è pur sempre privato e solo visibile dal diretto interessato cosi come oggi lo sono i dati telefonici del proprio cellulare. Ovviamente l’abolizione del contante dovrebbe essere accompagnata da leggi molto severe nei riguardi dell’abuso dei dati bancari da parte di terzi. Tecnologicamente digitalizzare la totalità delle operazioni di pagamento è possibile da quasi venti anni.


Un altro vantaggio ci sarebbe: Le banche italiane non potrebbero fallire come farebbero oggi se solo il 10% dei risparmiatori prelevasse in contante quello che hanno sui loro conti e lo mettessero sotto il materasso.


Purtroppo manca per questo “uovo di colombo” la volontà politica, poiché alla fine la situazione attuale fa comodo a molti. Non agli svedesi, che non contenti di essere “svedesi”, stanno pensando come evitare quel poco di evasione e criminalità che esistono nel loro paese proprio eliminando i contanti. Come se ne avessero bisogno.

 


0 Kommentare

Do

09

Feb

2012

La precarietà del datore di lavoro

In questi giorni in Italia si discute molto della frase del Presidente del consiglio Monti circa la “monotonia” del posto fisso. Tralasciando il commento personale, che per una carica dello stato dovrebbe essere sempre un optional non richiesto, è importante la constatazione: “I giovani devono abituarsi a non avere un posto fisso nella vita”. Chiunque abbia lavorato all’estero, ancora più se fuori dall’Europa, non può che sorridere della “tempesta in un bicchiere d’acqua” provocata. Non solo la discussione è, nel suo dualismo tipicamente italiano tra “padrone e operario” completamente anacronistica, ma la reazione, anche dei giovani, rende palese un negativismo preoccupante nei confronti della propria qualificazione e delle proprie possibilità nel contesto occupazionale italiano. Naturalmente on è colpa dei giovani, ma dei politici che negli ultimi venti anni non hanno capito in quale direzione andasse, e va attualmente, il mondo dell’economia e quindi quello del lavoro.

 

Usando il metodo della “best practice”, si vede quali sono i primi della classe nel mondo del lavoro nei paesi OCSE (vds. www.oecd.org) e come è organizzato il loro sistema. I “campioni del mondo” del lavoro sono gli svizzeri con un tasso di disoccupazione totale del 3.3% (Italia 8.6%) e quella giovanile del 4.3% (Italia oltre il 30%). In questa classifica seguono Sud Corea, Austria, Lussemburgo, Norvegia e Giappone (tutti tra il 4-5%). Si ritiene comunque essere l’indice di occupazione quello veramente importante e di cui in Italia nessuno vuole parlare. Incredibile ma vero: Il 79% degli svizzeri è “occupato”, mentre degli italiani solo per il 57%. Nella lista di tutti i paesi OCSE l’Italia sta meglio solo degli ungheresi (55%) e turchi (47%) e peggio dei greci (60%)! È rilevante inoltre che il 30% degli svizzeri tra i 25 e i 64 anni ha un titolo universitario (dopo i giapponesi con 40%) e più o meno come gli stati nordeuropei, la percentuale in Italia si ferma ad un imbarazzante 12.9%, meglio solo della Turchia con 10.4%.

Aspetto peculiare in Svizzera però è la conoscenza delle lingue. Dopo i lussemburghesi (popolo che nasce “bilingue”), che sanno in media tre lingue (francese, tedesco, inglese) e gli olandesi, ci sono gli svizzeri con 2 lingue straniere (per tutta la popolazione in età lavorativa). Il 59% degli italiani parla solo la lingua madre, ponendosi quindi agli ultimi posti della classifica con i soliti noti Spagna e Portogallo. Se si considerano solo gli studenti svizzeri, molti conoscono oltre il tedesco, inglese ed il francese tramite corsi aggiuntivi anche lo spagnolo (con occhio ai mercati emergenti sudamericani) o l’italiano (sempre però meno scelto), riuscendo così a essere competitivi sul mercato globale del lavoro.

 

Infatti, gli svizzeri che risiedono all’estero anche per lavoro corrispondono a quasi il 10% della popolazione, gli italiani raggiungono poco più del 5%.

Anche negli studi PISA (Program for International Student Assessment) della stessa OCSE l’Italia combatte per la maglia nera con Portogallo, Turchia e Grecia sia in matematica, sia in scienze. Materie queste che in molti Licei svizzeri sono invece oggi insegnate, solo in lingua inglese, per preparare gli studenti al presente, poiché tutte le pubblicazioni scientifiche sono in lingua inglese.


E il posto fisso? In Svizzera non esiste. Ogni contratto è definito nei termini di licenziamento minimi previsti dal C.C.: Nei tre mesi di prova il licenziamento è possibile ogni fine settimana. Nel primo anno con un mese di preavviso. Nei primi dieci anni con un preavviso di due mesi. Dopo i dieci anni, con un preavviso di tre mesi. Il tutto senza che il datore di lavoro debba dare spiegazioni sul perché del licenziamento. Se un lavoratore si ammala (con conferma di un medico di fiducia indicato dal datore di lavoro) i termini slittano per il tutto il periodo della malattia.

 

E i sindacati? In pratica non esistono perché inutili. Le imprese svizzere gareggiano per avere i lavoratori migliori pagando di più e proponendo contratti più vantaggiosi di quelli previsti dalla legge. Spesso sono i lavoratori a non volere ulteriori garanzie, poiché la loro flessibilità è un valore aggiunto in caso di una nuova offerta. Così è il datore di lavoro che diventa “precario”!

Allora cosa fare? In tutta l’Europa del nord e soprattutto in Germania nei prossimi anni si parla di un fabbisogno di vari milioni di personale altamente qualificato. E già oggi in Brasile mancano gli esperti che supportino il boom economico (si parla di dieci milioni di persone con titolo accademico). Canada e Australia aprono le braccia a tutti gli specialisti. E addirittura alcuni paesi africani (Angola, Sudafrica) hanno bisogno di esperti.


La ricetta è dunque: studiare le lingue e specializzarsi. Perché se il capitale è globale, lo è anche il lavoro.

 

0 Kommentare

Do

12

Jan

2012

L'isola che non c'è

Quando si parla di crisi riferendosi alla Sardegna ci si domanda quando questa sia iniziata e quando mai un periodo tale sia finito. A dire il vero la crisi sembra essere una specie di “perpetuo immobile”. Forse sarebbe meglio essere più sinceri e ammettere l’incapacità palese di sviluppare l’economia, quando questa, spinta da altre economie europee, non vada per inerzia. Forse anche perché a differenza di altri paesi in Italia e in Sardegna non esiste un piano di sviluppo degno di questo nome, il cui primo capitolo sia doverosamente la documentazione dello status quo, confrontandosi nel caso nostro con la “concorrenza” delle altre “isole” d’Europa (quelle con il mare attorno, ma anche quelle che voglio esserlo per scelta come Alto Adige e Valle d’Aosta in Italia, ma anche Svizzera e Norvegia a livello di stati in Europa) riconoscendo i propri punti di forza e le opportunità cosi come le debolezze e le minacce per l’economia della propria “isola”, sviluppando quindi piani industriali per rafforzare le prime e limitare le seconde.

Le isole hanno svantaggi logistici evidenti, la loro partecipazione al mercato globale parte con il pedaggio di costi di trasporto maggiori (sia per importare le materie prime, sia per esportare il prodotto finale) che compromettono la competitività delle loro aziende. Inoltre lo sviluppo di queste risente di un mercato troppo piccolo e nel quale è difficile assicurarsi i vantaggi della “economy of scale”.

 

Proprio per “difendersi” da questi svantaggi naturali le isole sono solite bilanciarli con contromisure politiche. Tra le prime misure ci sono esenzioni dall’IVA o varie altre accise, come per esempio per alcune isole tedesche del mare del Nord che cosi attraggono turisti “per fare la spesa”. Ma soprattutto agevolazioni fiscali per privati e ditte diventando dei paradisi fiscali come le isole della Manica, o l’isola di Man ma anche “isole stati” come l’Irlanda.


Inoltre le isole si difendono, avendo quasi tutte una ampia autonomia legislativa e molte anche la sovranità delle tasse, mettendo barriere alle importazioni per proteggere l’agricoltura locale medio piccola, che altrimenti verrebbe distrutta dall’agricoltura di tipo industriale continentale, che lavora su terreni fertili e piani con infrastrutture collaterali moderne. Inoltre avvantaggiano queste “isole normali” le forze produttive locali sia nel mondo del lavoro che in quello degli appalti pubblici. E ovviamente agevolano i trasporti dei cittadini privati riducendo i prezzi di traghetti e aeri per i residenti dell’isola in maniera considerevole.


Vediamo allora di applicare un po’ di “best practice”, di confrontarci dunque con gli altri, prendiamo per esempio, per non essere troppo crudeli paragonandoci alle isole del nord dell’Europa, realtà simili alle nostre come può essere quella delle isole Baleari, anche loro nel Mediterraneo, anche loro concentrati sul turismo e sull’edilizia, gruppo di isole piccole con una superficie totale di un quinto di quella nostra ma pur sempre con più di un milione di abitanti.


Le isole Baleari sono una comunità autonoma come molte delle regioni della Spagna, che ha un’impostazione molto più federale di quanto non l’abbia l’Italia. Il governo delle Isole Baleari gode in gran parte di sovranità fiscale. Il reddito pro capite dei cittadini delle isole è di quasi 25'000 Euro, sopra la media europea di 23'500 Euro e molto al di sopra della media sarda di meno di 20'000 Euro. Anche le Baleari come la Sardegna vengono confrontati con i problemi di un turismo di ca. 10 milioni di persone l’anno che esige infrastrutture adatte e costose. I prezzi dei traghetti Barcellona Palma sono paragonabili (andata e ritorno con auto e cabina ca. 340 Euro) a quelli Livorno Olbia, solo che i residenti delle Baleari su tutti i traghetti e i voli ricevono uno sconto del 50%. Con intelligenza aziendale soprattutto a Mallorca il governo delle Baleari è riuscito ad allungare la stagione turistica, che parte lì addirittura a marzo con i cicloamatori accaniti e finisce a novembre con i pensionati di mezza Europa in cerca delle ferie low cost. Noi in Sardegna invece con un potenziale di un entroterra sensazionale per il trekking e ovviamente il ciclismo sia da strada che da mountain bike abbiamo una stagione che quasi si limita a luglio ed agosto. Mentre il prodotto interno lordo delle Baleari è tra i più alti della Spagna quello della Sardegna è tra i più bassi in Italia.


Non crediamo che il paragone con altre isole del Mediterraneo sia di conforto. Cipro sta viaggiando a velocità doppia e pur venendo da un passato travagliato per il problema etnico ha un reddito pro capite maggiore di quello sardo e quasi pari a quello italiano. Ed ovviamente hanno attratto molte aziende con agevolazioni fiscali notevoli. Addirittura Creta pur nell’ambito disastroso greco proprio tramite al turismo gode di miglior salute delle altre regioni elleniche e non sta peggio della Sardegna.


E nemmeno si può dire che le altre isole vengano aiutate di più della Sardegna, anzi. Mentre il programma Europeo prevede aiuti finanziari alle Baleari per il periodo 2007-2013 per una somma di più di 100 Mio. di Euro, per la Sardegna ne sono previsti più di 600 milioni da parte della Comunità Europea, ovviamente, come di solito per i fondi europei, se lo Stato di appartenenza ne mette almeno altrettanti.


Certo è che focalizzare solo il lato dei guadagni è relativo, poiché bisogna anche tenere in considerazione il costo della vita che in Sardegna a confronto delle Baleari quindi dovrebbe essere più basso. Invece no. Prendendo ad esempio sia i prezzi per l’elettricità che quelli per l’acqua sono più alti in Sardegna che non alle Baleari, anche se li hanno il prezzi più alti di tutta la Spagna.


È evidente quindi che il problema sardo è alla fonte. Manca quello che esiste in tutte le altre isole: una forza o forze politiche che facciano gli interessi degli isolani, a prescindere da ideologie partitiche oggi peraltro del tutto anacronistiche. La politica prima di tutto è fare gli interesse specifici di coloro che danno il voto ai loro rappresentanti. E specifico vuol dire nel nostro caso, interesse isolano. Ma mentre in tutte le altre “isole” italiane (non solo la Sicilia, ma anche l’Alto Adige e il Valle d’Aosta esistono partiti prettamente regionali che hanno quasi sempre la maggioranza dei voti e quindi una maggior peso politico a livello nazionale, questo in Sardegna non si vede. Per questo la Sardegna è in un certo senso l’isola che non c’è.

 


 

0 Kommentare